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Benvenuti nel sito del Centro studi Gozzano Pavese

Il Centro afferisce al Dipartimento di Studi Umanistici (StudiUM) ed ha sede presso l'Università di Torino

News

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Convegno a New York

Sabato 1 ottobre convegno New York:

A breve si darà notizia del programma provvisorio.

Chi siamo

Il Centro, intitolato a Guido Gozzano (dal 1997 anche a Cesare Pavese), è nato nel 1967 per volontà e interessamento di Giovanni Getto, in seguito alla donazione, da parte del fratello Renato, dei manoscritti del poeta, di libri, quadri, oggetti e mobili appartenuti alla famiglia.

Il Centro afferisce al Dipartimento di Studi Umanistici (StudiUm) ed ha sede a Palazzo Nuovo, in via S. Ottavio 20, V piano, tel. 0116704743; è attualmente diretto da Mariarosa Masoero. Fanno parte del Consiglio Direttivo del Centro docenti universitari: Giorgio Bárberi Squarotti, Valter Boggione, Marco Cerruti, Mario Chiesa, Franco Contorbia, Maria Luisa Doglio, Claudio Marazzini, Mariarosa Masoero (direttore), Giuseppe Zaccaria (vicedirettore); nonché personalità del mondo socio-culturale piemontese: Francesco Casorati, Roberto Cerati, Lorenzo Mondo, Ugo Nespolo, Lorenzo Ventavoli.

Nell'aprile del 2005 il Centro ha mutato la sua natura giuridica, trasformandosi in «Centro Interuniversitario per gli Studi di Letteratura Italiana in Piemonte "Guido Gozzano – Cesare Pavese"» (Università degli Studi di Torino e Università degli Studi del Piemonte Orientale "A. Avogadro").

Il «Centro Interuniversitario per gli Studi di Letteratura Italiana in Piemonte "Guido Gozzano – Cesare Pavese"» dell'Università di Torino, custodisce, oltre alle carte autografe di Guido Gozzano e di Cesare Pavese, carte di Massimo D'Azeglio, Edoardo Calandra, Domenico Lanza, Giovanni Cena, Enrico Thovez, Carlo Vallini, Francesco Pastonchi, Carlo Calcaterra, Francesco Chiesa, Maria Luisa Belleli. Oltre ai documenti, al Centro Studi è presente una biblioteca specializzata, consultabile sul Catalogo dell'Università di Torino

Per l'importanza dei materiali conservati, esso è regolarmente frequentato da studiosi italiani e stranieri. Come da Statuto, il Centro si è proposto negli anni di colmare le lacune più evidenti nel patrimonio letterario piemontese, anzitutto ricercando e acquisendo da privati altri fondi, poi pubblicando testi inediti in edizioni filologicamente accreditate e raccogliendo documenti rari e dispersi su riviste e giornali. Il progetto iniziale si è articolato negli anni in una serie di iniziative di grande rilievo culturale.

Circa l'acquisizione di carte da privati sono da segnalare le donazioni di Enrica Vallini (lettere e manoscritti del fratello Carlo), di Beatrice Pistono (lettere di Guido Gozzano), di Pier Maria e Graziana Colla (lettere e disegni giovanili di Guido Gozzano, nonché prime edizioni con dediche autografe, ritagli di giornale, ecc.), il comodato delle nipoti di Cesare Pavese, Cesarina Sini e Maria Luisa Sini Cossa, e della Casa editrice Einaudi (manoscritti, dattiloscritti, bozze di tutte le opere; si tratta di due archivi complementari che documentano il percorso artistico dello scrittore, dall'apprendistato degli anni giovanili alle mature prove di poesia e di narrativa).

Sui materiali posseduti, nell'ottica della valorizzazione di manoscritti che appartengono al patrimonio storico-letterario della cultura piemontese, e non solo, il Centro ha promosso, nel corso degli anni, mostre e convegni, nazionali e internazionali (tra gli altri, il convegno internazionale in occasione del cinquantenario della morte di Cesare Pavese, Torino - S. Stefano Belbo, 24-27 ottobre 2001; le mostre allestite al Centro Borges di Buenos Aires, a Cuba e alla Fiera del libro di Torino del 2002). Ultimi in ordine di tempo le mostre allestite presso l'Archivio di Stato di Torino (9 maggio-17 giugno 2007) e a Parigi (Mairie du 6e arrondissement, 2 dicembre 2008-3 gennaio 2009) e il convegno internazionale di studi (Archivio di Stato di Torino, 14 aprile 2010).
Su Guido Gozzano si ricordino il convegno e la mostra organizzati in occasione della Fiera del libro di Torino del 2004, nell'ambito dell'iniziativa ministeriale «L'atlante della poesia italiana del Novecento». (cfr. Attività)

Il Centro pubblica, con l'editore Olschki di Firenze, una collana divisa in due sezioni (Saggi e Testi); essa annovera a tutt'oggi una ventina di titoli (ultimi in ordine di tempo il carteggio Cesare Pavese - Bianca Garufi e tre volumi dedicati a Gozzano). (cfr. Pubblicazioni)

Come risulta dalle notizie fornite, il Centro, dopo una prima catalogazione, ha puntato soprattutto sulla pubblicazione delle carte possedute; tutte le edizioni, filologicamente accreditate, si avvalgono di una puntuale e consistente annotazione.

Attività

La sezione dà conto di iniziative (catalogazione e digitalizzazione di carte e libri), eventi (incontri, mostre, convegni), pubblicazioni e altre attività volte a tutelare i materiali conservati ed a valorizzarli nelle diverse forme possibili.
Per quanto riguarda i convegni, si è data notizia anche di quelli ai quali il Centro Studi ha partecipato con uno o più suoi rappresentanti.
Le rassegne nascono dalla collaborazione tra il Centro studi e lo storico cinema "Romano", nella persona di Lorenzo Ventavoli.

Centenario

AD 900

Guarini Archivi

Digitalizzazione libri

La biblioteca di Cesare Pavese

Incontri

Mostre

Pubblicazioni

Tesi

GUIDO GOZZANO

«Si può raccontare per immagini la vita di un poeta? Serve a comprendere la sua poesia, che è poi la sua vera vita? E la vita di Gozzano poi fu così poco avventurosa, fu anche così breve e tutta ripiegata su se stessa! Tuttavia, proviamo, perché, poi, tutta la poesia di Gozzano ha un fondamento autobiografico» (Franco Antonicelli)

1883
Guido Gozzano nasce il 19 dicembre a Torino, quartogenito di Fausto, ingegnere dei lavori pubblici (Agliè, 1839 – Torino, 1900), e di Diodata Mautino (Agliè, 1858 – Torino, 1947), figlia di Massimo Mautino, amico di Massimo D'Azeglio. Altri figli nati da questo matrimonio (si ricordi che Fausto in prime nozze aveva avuto cinque figlie, Ida, Faustina, Alda, Bice e Teresa) sono: Erina (1878-1948), Arturo e Carlo, morti in tenera età, Renato (1893-1970).

1884
Nella chiesa di Santa Barbara, a Torino, viene battezzato il 10 febbraio; dei quattro nomi impostigli, Guido Davide Gustavo Riccardo, il terzo sarà quello adottato in famiglia e con gli amici degli anni adolescenziali, il primo sarà il nome del poeta.

1891
«Proveniente dalla scuola privata ed ammesso con punti 19 su 30», viene iscritto presso la «Sezione Moncenisio» di via Cittadella 3, la scuola in cui, pochi anni prima, Edmondo De Amicis aveva ambientato il libro Cuore.

1895-1898
Conseguita la licenza elementare con la seconda miglior votazione, nell'autunno del 1895 si iscrive alla prima classe del Regio Ginnasio «C. Cavour». Nell'anno scolastico 1897-1898 studia presso il Regio Ginnasio di Chivasso e risiede nell'annesso Convitto Civico; qui, nella quotidianità di un anno di scuola e di vita comune, si consolida l'amicizia con Ettore Colla, già suo compagno di giochi e di «briccunate» durante le vacanze estive ad Agliè, località del Canavese in cui la famiglia possedeva tre case, casa Gozzano, casa Mautino e «Il Meleto», una villa a pochi chilometri dal centro dell'abitato.

1899
Le lettere e i disegni del periodo hanno come protagonista la bicicletta, sognata, desiderata, fatta costruire identica a quella dell'amico Ettore (altri sport praticati dal giovane Guido risultano essere la ginnastica, il nuoto, il pattinaggio a rotelle e su ghiaccio). Gite avventurose, imprudenze, bravate, scherzi goliardici movimentano una «vita da orsi», monotona e solitaria, dedita per lo più alla lettura, alla scrittura, alla coltivazione dei fiori. In apparenza allegro e spensierato, egli è in realtà un adolescente «pensoso», come amerà raffigurarsi in alcune poesie.

1900
Il 14 marzo muore il padre Fausto per polmonite doppia; l'evento causa nel giovane Guido un «tremendo dolore» e lo carica di responsabilità e problemi, anche economici. A Pasqua dell'anno dopo, in occasione del primo anniversario della morte del padre, scriverà i versi di Primavere romantiche, che vedranno la luce postumi (1924); in essi rievoca il primo incontro dei genitori.

1902-1903
Dopo aver recuperato, presso l'Istituto «Ricaldone» di Torino, la bocciatura in prima liceo, si trasferisce a Savigliano, in provincia di Cuneo, per concludere gli studi liceali. Confessa all'amico Ettore Colla «piccantissime avventure, specialmente notturne», e «gozzoviglie» gastronomiche in un alberghetto del posto gestito da «tre adorabili creature», le signorine Fea, che per molti versi anticipano la più nota Signorina Felicita. Nell'autunno del 1903 s'iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Torino e fra ottobre e dicembre pubblica i suoi primi scritti, in versi e in prosa, tutti di chiara matrice dannunziana.

1904
Segue il corso di Letteratura italiana di Arturo Graf, presso la Facoltà di Lettere, e le lezioni da lui tenute al sabato pomeriggio e aperte al pubblico (le cosiddette "sabatine"). Qui stringe solidi rapporti di amicizia con Carlo Vallini, nato a Milano nell'85, pure lui iscritto a legge, pure lui poeta. Pubblica parecchi versi su periodici cittadini e non. All'amico Mario Vugliano, poeta e giornalista, si devono notizie sulla costituzione di «una banda Gozzano», di cui avrebbero fatto parte, oltre a loro due e a Vallini, Mario Dogliotti (poi monaco benedettino nella Subiaco fogazzariana), il caricaturista Golia (Eugenio Colmo, già compagno di studi), il futuro giornalista Mario Bassi.

1905-1906
Alla lettura assidua di Dante e Petrarca (trascrive versi dei due in appositi quaderni e v'inserisce volti femminili e parole poetiche proprie) affianca quella di un'antologia di poeti contemporanei francesi che ebbe molta fortuna e ampia circolazione, Poètes d'aujour d'hui di P. Léautaud e A. Van Béver. Nel settembre del 1906, durante il pranzo svoltosi ad Agliè in occasione della laurea di Ettore Colla e di un altro amico, Umberto Gaudina, improvvisa un discorso che si configura come uno struggente e lucido addio alla giovinezza.

1907
Nei primi mesi dell'anno prepara e cura l'edizione di una prima raccolta di poesie, La via del rifugio, presso l'editore Renzo Streglio di Torino; le recensioni non si fanno attendere, positive per lo più, ma anche tiepide o riduttive. Peggiorano intanto le sue condizioni di salute (da anni gli è stata diagnosticata la tisi) e si intensificano i soggiorni terapeutici, marini e montani (Ruta, San Francesco d'Albaro, Ceresole Reale, ecc.). Nel frattempo si è trasformata in una vera e propria storia d'amore la conoscenza di Amalia Guglielminetti, la poetessa quasi coetanea (era nata nel 1881) che, prima delle Vergini folli (1907), aveva edito una raccolta di stampo tardo-carducciano, Voci di giovinezza (1902). Il loro incontro era avvenuto nella «sala dei giornali» della «Società di Cultura», sorta nel 1899 e divenuta ben presto luogo d'incontri letterari.

1908
A tutti i corrispondenti (Amalia Guglielminetti, Carlo Vallini, Giulio De Frenzi) parla di un viaggio imminente, probabilmente terapeutico; la meta è ancora incerta, insiste sulle Canarie e sul Brasile, però non esclude addirittura un «Giro del Mondo».
Le lettere fra Amalia e Guido dei primi mesi dell'anno lasciano capire che il loro rapporto personale è destinato a mutarsi in «fratellanza»; al contrario, si fa sempre più stretto quello letterario. Al 3 settembre risale la prima idea del poemetto Le farfalle.

1909-1910
In Liguria, dove trascorre i mesi invernali, viene raggiunto, il 2 gennaio 1909, dalla notizia che la madre Diodata è stata colpita da paralisi. Rientra subito a Torino e qui trascorre il primo mese accanto a lei. Il migliorare delle sue condizioni di salute non esclude la necessità di darsi subito da fare, per provvedere al di lei mantenimento: per questa ragione dovrà cambiare casa, trasferendosi in un appartamento più periferico, ristretto e modesto (via Cibrario 65), e vendere, in maggio, «Il Meleto». D'estate, a Bertesseno, piccola località dell'alta Valle di Viù, si vanno delineando i futuri Colloqui, i cui singoli componimenti cominciano ad apparire in alcuni periodici.

1911
La raccolta vede la luce nel mese di febbraio ed è fatta oggetto di molte recensioni, positive e negative. Intanto Gozzano si fa decisamente prosatore. Continua a collaborare al «Corriere dei Piccoli» e all'«Adolescenza», tenta «Il Tirso» ma è sul «Momento» che appaiono le sue prose più significative (si segnalano quelle suggerite dall'Esposizione Internazionale del Lavoro, apertasi a Torino, nel parco del Valentino, il 29 aprile per il cinquantenario dell'unità nazionale).

1912
Il 16 febbraio, da Genova, s'imbarca sul piroscafo «Raffaele Rubattino», diretto in India con l'amico Giacomo Garrone, malato anch'egli di tubercolosi. È un viaggio terapeutico, da tempo progettato. Poche le località davvero visitate: Bombay, forse Goa, poi Ceylon e di nuovo Bombay; il rientro è anticipato alla fine di aprile.

1914
Dopo aver pubblicato, nel 1913, alcune poesie "sparse" e tre novelle, licenzia ora alcuni «brani» del poema Le farfalle; stende per «La Stampa» il resoconto del suo viaggio indiano, discorrendo anche di località non raggiunte. Esce il terzo volume a stampa, una raccolta di fiabe apparse sul «Corriere dei Piccoli», col titolo I Tre Talismani, presso «La Scolastica» di A. Mondadori; vedono anche la luce alcune prose di guerra (è appena scoppiata).

1916
Continuano a uscire novelle, capitoli indiani e l'ultimo frammento delle Farfalle. Come dimostra l'articolo Il nastro di celluloide e i serpi di Laocoonte, il cinema lo tenta più che mai: il 13 maggio legge, nel convento torinese di Sant'Antonio da Padova, il soggetto di un film sulla vita di San Francesco (il film non fu mai realizzato, come lo stesso Gozzano prevedeva). Il 16 luglio, a Sturla, è colpito da un attacco violento di emottisi; ricoverato all'ospedale protestante di Genova, il 21 rientra a Torino in compagnia della sorella. Mario Dogliotti, l'amico della giovinezza divenuto benedettino col nome di Padre Silvestro, lo assiste spiritualmente; ad Amalia è impedito di visitarlo. Muore mercoledì 9 agosto, mentre si diffonde la notizia della presa di Gorizia; viene sepolto ad Agliè.

A cura di M. Masoero

CESARE PAVESE

Cesare Pavese nacque il 9 settembre 1908 a S. Stefano Belbo (Cuneo), sei anni dopo la sorella Maria (tra i due, altri tre figli morti in tenerissima età, una femmina e due maschi). Il padre, Eugenio, era cancelliere di tribunale (di lui e della famiglia paterna si occuperà nella poesia Antenati), la madre, Consolina Mesturini, proveniva da una famiglia di agiati commercianti di Ticineto Po. Dopo la morte del marito, avvenuta il 2 gennaio 1914 a soli quarantasette anni, la donna portò avanti la famiglia con autorità e durezza («Mio padre morì che avevo sei anni e io giunsi a venti senza sapere come un uomo si comporta in casa. […] Mia madre aveva cercato di tirarmi su duramente come farebbe un uomo, e ne aveva ottenuto che tra noi non usavano né baci né parole superflue, né sapevo che cosa fosse famiglia», Il signor Pietro, dai Racconti).

Regolare l'iter scolastico (prima elementare al paese natale, anni successivi all'Istituto privato delle signorine Trombetta, a Torino, ginnasio inferiore presso l'Istituto «Sociale» dei Gesuiti, ginnasio superiore al «Cavour»). Nel 1926 conseguì la maturità classica presso il liceo «Massimo D'Azeglio», «fucina di antifascisti»; qui era stato allievo di Augusto Monti, a cui si deve un impareggiabile ritratto dell'allievo in I miei conti con la scuola, ed era diventato amico dei coetanei Enzo Monferini, Tullio Pinelli, Remo Giacchero, Guido Bachi, Giorgio Curti. Nel'27, per interessamento dello stesso Monti, nacque la "confraternita" degli ex-allievi, un gruppo di futuri intellettuali con spiccati interessi culturali e politici; di essa facevano parte, oltre a Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Giulio Carlo Argan, Federico Chabod.

Iscrittosi alla Facoltà di Lettere di Torino, Pavese si laureò il 20 giugno 1930 con una tesi sulla Interpretazione della poesia di Walt Whitman (108/110, relatore Ferdinando Neri); poi un "capriccio" per una giovane di nome Dina, un mese di vacanza a S. Stefano Belbo con Pinolo Scaglione (il futuro Nuto di La luna e i falò), il cambiamento di casa e la morte della madre. Dopo un duplice, inutile tentativo di ottenere una borsa di studio alla Columbia University («Non ho più notizie del mio vecchio impegno con la Columbia University; […]. / Sono pronto a insegnare l'italiano o a sposare la più orrida delle ereditiere, pur di andare là. / Domanda all'Università, se è possibile trovare un posto da assistente, da usciere, da – chiamalo come vuoi - . Ma aiutami, se no proverò con la rivoluzione in Messico e il contrabbando attraverso la frontiera», lettera ad Antonio Chiuminatto, 2 aprile 1932, trad.) e un posto di assistente all'Università di Torino, si dedicò all'insegnamento in scuole private e serali (Bra, Saluzzo, Vercelli, Torino).

Nel frattempo ebbe inizio la sua lunga e fortunata attività di traduttore: Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis per Bemporad (1931); Riso Nero di Sherwood Anderson (1932), Moby Dick di Herman Melville (1932) e Dedalus di James Joyce (1934) per Frassinelli; Il 42° parallelo e Un mucchio di quattrini di John Dos Passos (1935 e 1937), Il borgo di William Faulkner (1942) per la Mondadori; Uomini e topi di John Steinbeck (1938) e Il cavallo di Troia di Christopher Morley (1941) per Bompiani; Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders di Daniel Defoe e Autobiografia di Alice Toklas di Gertrude Stein (1938), La formazione dell'unità europea dal sec. V all'XI di Christopher Dawson (1939), La storia e le personali esperienze di David Copperfield di Charles Dickens (1939), Benito Cereno di Herman Melville e Tre esistenze della Stein, La rivoluzione inglese del 1688-89 di George Macaulay Trevelyan (1940), Capitano Smith di Robert Henriques (1947) e Le civiltà nella storia di Arnold Toynbee (1950, con Ch. De Bosis) per Einaudi.

Arrestato il 15 maggio 1935 per la sua appartenenza al gruppo clandestino «Giustizia e Libertà» e, soprattutto, per la sua veste di direttore pro-tempore della «Cultura», la rivista di Cesare De Lollis rilevata da Einaudi (aveva sostituito Leone Ginzburg, arrestato il 13 marzo dell'anno prima), fu tradotto a Regina Coeli, a Roma («Io più penso alla mia situazione e più sono convinto che la terra è una valle di lacrime: il più grande poeta vivente d'Italia, e forse d'Europa, dov'è? A Regina Coeli. Cose dell'altro mondo», lettera alla sorella Maria, 14 giugno 1935), e poi condannato a tre anni di confino nel paese di Brancaleone Calabro, dove giunse il 4 agosto: «sono arrivato a Brancaleone domenica 4 nel pomeriggio e tutta la cittadinanza a spasso davanti alla stazione pareva aspettare il criminale che, munito di manette, tra due carabinieri, scendeva con passo fermo, diretto al Municipio. […] / Il viaggio di due giorni, con le manette e la valigia, è stata una impresa di alto turismo… Qui, sono l'unico confinato. Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno. Ci sono molti maiali, e le anfore si portano in bilico sulla testa. […] La grappa non sanno cosa sia. […] / Mi faccio io da mangiare, cioè mangio roba fredda. È brutto metter su famiglia, senza la famiglia» (lettera alla sorella Maria, 9 agosto 1935). Ottenuto il condono dopo meno di un anno, il 13 marzo 1936 fece ritorno a Torino e riprese la sua collaborazione con la casa editrice Einaudi (assunto nel 1938, nel periodo gennaio-luglio del 1943 si occuperà della filiale romana con Mario Alicata, Antonio Giolitti e Carlo Muscetta).

Il 1936 è anche l'anno dell'esordio poetico con il volume Lavorare stanca, che vide la luce in un ambiente quanto mai estraneo al langarolo Pavese, a Firenze nelle Edizioni di Solaria, curate da Alberto Carocci. Il suo primo romanzo, Il carcere, scritto tra il novembre 1938 e l'aprile 1939, uscirà soltanto nel 1949; lo avevano preceduto Paesi tuoi (1941), La spiaggia (1942), Feria d'agosto (1946), Dialoghi con Leucò (1947), Il compagno (1947, premio Salento). Nel novembre 1949 uscirà la trilogia La bella estate (il racconto omonimo, Il diavolo sulle colline, Tra donne sole), che vincerà il premio Strega nel giugno 1950 («a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita», Il mestiere di vivere, 17 agosto 1950). L'ultimo romanzo, La luna e i falò, è dell'aprile di quello stesso anno.

All'indomani dell'8 settembre 1943 la casa editrice Einaudi fu posta sotto la tutela di un commissario della Repubblica sociale italiana, Paolo Zappa; Pavese allora si rifugiò presso la sorella Maria, sfollata nelle Langhe a Serralunga di Crea, ma non prese parte attiva alla Resistenza (i motivi di questa scelta sono esplicitati nel romanzo La casa in collina, steso dal settembre 1947 al febbraio 1948 ed edito nel 1949). Dopo la Liberazione si iscrisse al PCI («la politica non teneva un gran posto nella sua vita interiore… Non quanto qualche parola di donna, non quanto la soddisfazione e il tormento del suo lavoro; non quanto il mitico, bruciato paesaggio delle Langhe», M. Mila, «L'Unità», 22 ottobre 1952), collaborò a «L'Unità» e portò avanti, nella delicata fase di ricostruzione dell'Einaudi («La Casa Einaudi è uscita dalla tempesta. Tornano i redattori dispersi e risuscitano i collaboratori, ma già saprà della perdita irreparabile che ha subito la Casa per la morte di Leone Ginzburg e Giaime Pintor. Questo ci impegna a lavorare tanto più nell'avvenire», lettera a Piero Jahier, 11 maggio 1945), una lucida e illuminata attività di direttore editoriale, dando vita a nuove collane e promuovendo importanti iniziative (Santorre Debenedetti e i classici italiani, Franco Venturi e le scienze storiche, De Martino e l\'etnologia, la famosa collana "viola").

Il proposito di suicidio, enunciato fin dagli anni dell'adolescenza, divenuto un «vizio assurdo» in seguito alle delusioni amorose (Tina, la «donna dalla voce rauca», di cui ora si possono leggere i ricordi in Senza pensarci due volte, Bologna, Il Mulino, 1996, e Constance Dowling detta Connie, la donna «venuta di marzo») e al progressivo disadattamento esistenziale, si tradusse in «un gesto» il 27 agosto 1950, a Torino, nella camera 43 dell'albergo Roma. Postume uscirono le poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951), i racconti di Notte di festa (1953), il romanzo Fuoco grande (1959), a quattro mani con Bianca Garufi, il ciclo di novelle (e poesie) Ciau Masino (1969). Postumi anche i saggi critici La letteratura americana e altri saggi (1951) e il diario, intitolato Il mestiere di vivere (1952).

A cura di M. Masoero

ALTRI AUTORI

Edoardo Calandra
Edoardo Calandra (Torino 1852-1911) si dedicò sia alla pittura sia alla letteratura: frequentò l’Accademia Albertina di Belle Arti e, in un primo momento, realizzò soprattutto quadri di argomento storico; dopo un lungo viaggio in Medio Oriente (1885) affrontò anche temi di soggetto esotico. Si legò di profonda amicizia con Giuseppe Giacosa, Emilio Praga, Giovanni Camerana, Edmondo De Amicis, Arrigo Boito e Giovanni Verga e ne illustrò le opere con i propri disegni. A partire dal 1880 affiancò alla pittura l’attività letteraria, componendo racconti e romanzi in cui, sullo sfondo delle vicende storiche piemontesi, si sviluppano le storie dei personaggi, percorsi da inquietudini e da un senso di disagio psicologico indagato con particolare attenzione: le sue prime raccolte – La bell’Alda e Requiem – furono pubblicate nel 1884; ad esse seguirono I Lancia di Faliceto (1886), Vecchio Piemonte (1889), La falce (1902). Tra i romanzi si ricordano in particolare La bufera (1898 e 1911), A guerra aperta (1906) e Juliette (1909).

Nel Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese» di lui si conservano 64 carte (lettere, biglietti, cartoline postali e biglietti postali) indirizzate a Domenico Lanza, allora direttore della pagina letteraria della «Gazzetta del Popolo»; la corrispondenza è compresa in un arco di tempo che va dal 29 giugno 1890 al 7 luglio 1907 e riguarda l’attività letteraria, teatrale e di recensore di Calandra.

Domenico Lanza
Domenico Lanza (Torino 1868-1949), scrittore, critico e uomo di teatro, si occupò di letteraratura fin da quando, ancora studente liceale, fondò con Ferdinando Gabotto il settimanale «La letteratura» e iniziò a collaborare alla «Gazzetta letteraria» e alla «Gazzetta del Popolo della Domenica». Dal 1895 fu critico drammatico della «Stampa» e dal 1921 della «Gazzetta del Popolo», ma nel 1926 abbandonò l’attività giornalistica per motivi politici; nel 1945 riprese, per poco più di un anno, la sua collaborazione con «La Stampa» pubblicando l’articolo La miseria di trent’anni in cui manifestava la gioia di tornare ad esprimersi liberamente ed esaminava la situazione del teatro italiano. Al teatro, infatti, si dedicò sempre con particolare attenzione, fin dalle sue prime opere (Un capitolo inedito di Francesco Andreini detto il «Capitano Spavento», 1889; Crisi drammatica, 1890; I comici della commedia dell’arte, 1890; Il teatro ferrarese nella seconda metà del secolo XVI, pubblicato con Angelo Solerti nel 1891; La riforma di Federica Neuber, 1892; Intorno alla casa di Goldoni, 1901); fece parte di commissioni che giudicavano le nuove opere drammatiche e mostrò di apprezzare sia il simbolismo di Maeterlinck, sia l’espressionismo di Büchner, sia la produzione di Ibsen, che indagò con cura (Henrik Ibsen, 1906) e di cui tradusse e commentò il Peer Gynt (1929). A Lanza si deve anche il primo tentativo di creare in Italia un teatro stabile: nel 1898 fondò, e per un anno diresse, la compagnia del «Teatro d’arte» (che aveva sede al Politeama Gerbino), cercando di armonizzare recitazione, scene e costumi; suoi collaboratori furono Camillo Sacerdote, Edoardo Calandra, Leonardo Bistolfi, Annibale Pastore, Carlo Bernardi e Luigi Sapelli (Caramba). Fu anche poeta (Galatea, 1891); curò e scrisse la prefazione alle poesie di Corrado Corradino (Poesie scelte fra le edite e inedite, 1937); studiò l’opera della provenzale Contessa di Dia (inedito); insegnò letteratura italiana nella scuola normale «Domenico Berti» e per sessant’anni fu amministratore e poi Direttore Generale dell’Ordine Mauriziano. Fece inoltre parte del Consiglio Comunale di Torino, dal 1914 fino al momento in cui il Consiglio stesso venne soppresso, in seguito alla trasformazione dei Comuni.

Tutta questa intensa attività è ampiamente documentata dalle carte del Fondo Lanza conservate presso il Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese»: oltre ai carteggi con Calandra, Orsi, Mantovani e Thovez, vi si trovano gli abbozzi di articoli e recensioni (su Capuana, Maeterlinck, Ibsen, Fulda, Büchner, Oliva), studi sul teatro (In margine al corso di letteratura drammatica), drammi e commedie, bozze di stampa e alcune copie delle sue pubblicazioni, per un totale di più di mille carte.
La sua biblioteca, inoltre, è costituita da circa 800 volumi con dediche e appunti.
Su tutto il materiale del Centro Studi è stata condotta una approfondita e documentata tesi di dottorato dalla dottoressa di Gabriella Olivero.

Giovanni Cena
Giovanni Cena (Montanaro 1870 – Roma 1917) fu poeta, narratore e critico attento sia ai fenomeni artistici sia a quelli letterari. Nato da artigiani poverissimi, compì parte degli studi nel seminario di Ivrea ma ne fu cacciato e si preparò da solo alla licenza liceale, che conseguì al Liceo "Massimo D’Azeglio" di Torino. Iscrittosi all’Università (1892), fu allievo di Arturo Graf, che fu il primo ad apprezzare i suoi scritti; per mantenersi agli studi esercitò vari mestieri e attività: fu ripetitore in alcuni collegi di Torino, correttore di bozze e operaio, ma le gravi difficoltà economiche ostacolarono il regolare compimento della sua istruzione accademica. A partire dal 1902 si trasferì a Roma, dove era stato nominato redattore-capo della «Nuova Antologia»; iniziò così un periodo di intensa attività culturale, di viaggi e lunghi soggiorni all’estero (in particolare a Parigi e a Londra), che lo misero in contatto con i personaggi più in vista dell’arte e della letteratura. Pubblicò numerosissimi articoli, intervenendo dalle pagine della rivista nella vita intellettuale del suo tempo. La sua sensibilità alle condizioni degli umili e dei diseredati si espresse attraverso un poemetto in versi, Madre, pubblicato nel 1897 e ampiamente lodato da DeAmicis; a questo seguirono le raccolte di liriche intitolate In umbra (1899) e Homo (1907). Il suo unico romanzo, parzialmente autobiografico, intitolato Gli Ammonitori, uscì in tre puntate sulla «Nuova Antologia» nel 1903 e fu raccolto in volume nel 1904: in quest’opera Cena, fortemente influenzato da Ibsen e dai narratori russi e forse non lontano da posizioni anarchiche, espresse il suo pensiero e la sua filosofia, volta a ridare dignità ai poveri e agli oppressi. Nello stesso anno iniziò anche la sua opera di assistenza ai «guitti» (braccianti) delle Paludi Pontine e dell’Agro Romano, cui era stato introdotto da Sibilla Aleramo, sua compagna per sette anni. Insieme all’igienista Angelo Celli e all’educatore Alessandro Marcucci fondò una settantina di scuole, cercando di migliorare le condizioni di vita dei contadini e di provvedere alla loro alfabetizzazione; ciò gli valse la medaglia d’oro conferitagli nel 1913 da Vittorio Emanuele III per le «non comuni e gratuite prestazioni». Durante la guerra fu corrispondente dal fronte per la «Nuova Antologia» e fondò un giornale destinato ai soldati, «Il Piccolissimo». Morì il 6 dicembre 1917, a causa di una polmonite che aveva contratto mentre si prodigava a distribuire i sussidi ai profughi serbi.

Nel Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese» di lui si conservano circa 480 carte, che comprendono sia la corrispondenza con i famigliari, con uomini politici e letterati (Cecchi, De Frenzi, Ferrettini, Frola) sia una copiosa serie di manoscritti dei suoi articoli, dei saggi e dei testi letterari e poetici, parte dei quali inediti; sono qui raccolti inoltre i dattiloscritti riguardanti l’opera in favore dell’Agro Romano e la mostra organizzata per raccogliere fondi, le lettere circolari e gli stampati sulle Scuole per i contadini dell’Agro Romano e della Palude Pontina e della Commissione operaia per il ricevimento delle associazioni popolari e delle comitive operaie (1901 e 1902); è anche documentata l’attività di distribuzione dei sussidi durante la guerra; oltre a questi scritti il Centro Studi conserva le bozze corrette dei Sonetti per la patria; due suoi schizzi a matita e copia di quanto Cena pubblicò sulla «Nuova Antologia» e su altre riviste e giornali (in particolare «Il Giornale dell’Arte», «Il Venerdì della Contessa» e la «Gazzetta del Popolo della Domenica») nonché della sua corrispondenza con Edmund Rod (1901-1906). Fanno parte del Fondo Cena anche pubblicazioni, ritagli di giornale e opuscoli commemorativi editi nel cinquantenario della morte.

Carlo Vallini
Carlo Vallini nasce a Milano il 18 luglio 1885 da Maria Zanoni e da Tito Vallini. Frequenta il ginnasio "Cristoforo Colombo" a Genova e consegue la licenza liceale a Torino, presso il liceo "Vittorio Alfieri". Come ricorda la sorella, «a quindici anni, poiché la sua esuberante vivacità lo faceva essere spesso a scuola la disperazione degli insegnanti e poiché lo studio non faceva grandi progressi, fu mandato dal padre a fare un lungo viaggio in mare, su un veliero, fino in Giamaica» (Enrica Vallini, Carlo Vallini. Notizie biografiche, c. 1r, in Archivio Vallini XIV): imbarcatosi come mozzo nel novembre del 1902 a Genova, Carlo, dopo numerose peripezie di cui lascia testimonianza nel suo diario di viaggio (pubblicato postumo da Carlo Calcaterra in Scuola nostra. Letture per la scuola Media, Torino, Sei, 1942: Da mozzo a poeta. Storia vera di Carlo Vallini, "poeta per un’altezza"), torna in Italia nel maggio del 1903. Nel 1905 si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo torinese, dove è allora preside Arturo Graf: qui stringe una fraterna amicizia con Guido Gozzano, tanto che, secondo Enrica Vallini, «il manoscritto di La Via del Rifugio prima di esser consegnato alle stampe fu letto, riletto, commentato, vorrei dire "vissuto" dai due giovani amici, in una piena comunione spirituale» (ivi, cc. 1r-2r; nel manoscritto, Guido a lui dedica l’opera «con la stessa sua fraterna malinconia», cfr. Archivio Gozzano IA). Sempre a Torino, nel 1907, vengono edite presso l’editore Streglio le sue due opere più note: la raccolta in versi La rinunzia e il poemetto Un giorno. Nel 1909 si laurea in Lettere a Bologna, con un punteggio di 98 su 110. Negli anni successivi alla laurea insegna nei licei e negli istituti superiori del nord e del centro Italia. Nel 1912 pubblica presso l’editore Sonzogno di Milano Radda. Dramma lirico in un atto, rappresentato, con musica di Giacomo Orefice, il 25 ottobre di quello stesso anno al Lirico di Milano. L’anno seguente esce il Dizionario della mitologia classica (Rocca S. Casciano, Cappelli, 1913), mentre è del 1914 un altro scritto per musica, Le Prince de la Mer (Reggio Emilia, Cooperativa Lavoranti Tipografi). Chiamato sotto le armi allo scoppio della Grande Guerra, dopo alcuni mesi trascorsi sul Carso, Vallini è impegnato in trincea tra le nevi e i ghiacci del Trentino. Nel corso di una missione bellica, la presa del forte Matassone, si distingue per il suo coraggio ed è insignito della medaglia al valore: l’impresa viene celebrata dal poeta nell’ode Per una altezza (Pavia, Successori Marelli, 1916), fatta stampare per volontà e a spese del capitano Daniele Crespi, diretto superiore di Vallini. Nel maggio del 1916, nel corso di una ritirata, perde, come testimonia ancora una volta Enrica Vallini, la sua «cassetta militare, dove erano molte lettere di Gozzano», frutto di un carteggio che legava i due poeti da numerosi anni. Terminata la guerra, pubblica su rivista la favola drammatica I presagi; sempre nel’20 esce la sua traduzione della Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde (Milano, Modernissima). Si spegne, per embolia, l’11 dicembre 1920.

Nel Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese» di lui si conservano oltre 1.500 carte manoscritte e più di 400 pagine dattiloscritte, a cui si aggiungono testi a stampa, fotografie, disegni e documenti personali. Questo prezioso fondo, raccolto da Enrica Vallini, restituisce appieno la dimensione di una poliedrica attività letteraria: infatti, accanto agli autografi di quasi tutte le sue opere in versi (fa eccezione Un giorno) e di altre rime extravaganti, del diario di viaggio in Giamaica e del Dizionario della mitologia classica, si hanno fiabe, scritti teatrali, soggetti e sceneggiature cinematografiche, scritti per musica, saggi, articoli e lettere. Sono custoditi inoltre biglietti da visita, cartoline postali ed epistole indirizzati al poeta da vari committenti (in particolare da Giuseppe De Paoli). Del fondo fanno parte anche alcuni ritagli di giornale contenenti recensioni alla rappresentazione di Radda e all’edizione Sanguineti delle poesie valliniane.

Diego Valeri
Diego Valeri nasce a Piove di Sacco nel 1887 e muore a Roma nel 1976 alla soglia dei novant’anni. Egli ha vissuto prevalentemente nel prediletto Veneto, fra Padova e Venezia, allontanandosene solo per i frequenti soggiorni di studio in Francia e, per forza maggiore, dopo l’8 settembre 1943. Condannato per antifascismo militante dal Tribunale Speciale, fu costretto a cercare riparo in Svizzera, dove rimase fino alla fine della guerra.
Docente dapprima nei licei, ha poi tenuto, all’Università di Padova, gli insegnamenti di Letteratura francese e Letteratura italiana moderna e contemporanea, esercitando sugli allievi un’influenza discreta e profonda insieme. La prima opera poetica è Le gaie tristezze (Palermo, Sandron, 1913), ma Valeri faceva cominciare la sua poesia "riconosciuta" da Umana (Ferrara, Taddei, 1915), poi confluita, insieme con le successive Crisalide (ibid., 1919) e Ariele (Milano, Mondadori, 1924), nella silloge Poesie vecchie e nuove (ibid.1930, con varie ristampe fino all’edizione snellita del 1952). Altri due libri, Scherzo e finale e Tempo che muore (ibid., 1937 e 1942), andranno a formare Terzo tempo (ibid., 1950). Queste due raccolte, arricchite delle poesie italiane e francesi di Jeux de mots (Paris, Le Divan, 1956), Metamorfosi dell’angelo (Milano, Scheiwiller, 1957) e Il flauto a due canne (ivi, Mondadori, 1958), costituiscono il volume Poesie. 1910-1960 (ibid., 1962; arricchito, 1967), con uno scritto di Giacomo Debenedetti. Posteriori sono Verità di uno e Calle del vento (ibid., 1970 e 1975). Postume sono uscite Poesie inedite o "come", con scritti di Carlo Betocchi e Domenico Porzio (Genova, San Marco dei Giustiniani,1977). Da menzionare le gradevolissime poesie per bambini: Il campanellino (Torino, S.E.I., 1928) e anche Poesie piccole (Milano, Scheiwiller, 1965), con premessa di Gianfranco Folena.
All’attività di poeta Valeri ha affiancato quella di saggista letterario, in particolare sulla cultura francese, di critico d’arte, di prosatore di memoria e di impressione (spiccano le Fantasie veneziane, Milano, Mondadori, 1934, più volte ristampate), e soprattutto di finissimo traduttore: Lirici tedeschi (ibid., 1959) e Lirici francesi (ibid., 1960), per citare soltanto alcune fra le prove più importanti.

Presso l’Archivio del Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese» sono conservate 144 carte, comprendenti lettere, biglietti, cartoline postali, biglietti postali, indirizzati alla poetessa e scrittrice Maria Luisa Belleli. La corrispondenza in oggetto si snoda dal 1927 al 1975 e riguarda principalmente questioni di poesia e letteratura (saggi critici e traduzioni).

Maria Luisa Belleli
Maria Luisa Belleli è nata a Ferrara il 6 aprile 1909, da madre ferrarese e padre veneziano. La famiglia viveva a Venezia e là fu portata a due mesi appena. La città natale divenne più tardi, finché vissero i nonni materni, meta di suggestivi soggiorni, complici l’Ariosto, l’atmosfera rinascimentale e le antiche tradizioni familiari ebraiche. Ha trascorso l’infanzia e gran parte della giovinezza a Venezia. Compiuti gli studi classici con viva passione, si è laureata in Lettere all’Università di Padova, discutendo con Diego Valeri una tesi sulla modernità di Montaigne, poi pubblicata dall’editore Formiggini a Roma. Il suo Maestro ben presto individuò le inclinazioni dell’allieva, e la incoraggiò, non solo a proseguire i suoi studi di letteratura francese, ma anche a sviluppare e arricchire la sua vocazione poetica, di cui aveva già apprezzato le prime prove. E al suo Maestro, la Belleli, cosa assai rara, è rimasta sempre fedele, con manifestazioni di stima, affetto, operose collaborazioni, dedicandogli inoltre tre saggi: Le parentesi di Valeri, Diego Valeri poeta in prosa, Diego Valeri traduttore e poeta in francese.
Travolta con la famiglia, che intanto si era stabilita a Roma, dalle leggi razziali del fascismo, la Belleli deve interrompere bruscamente l’insegnamento, attività cui desiderava dedicarsi, e riparare in Francia, a Parigi. Dopo lo scoppio della guerra e la capitolazione della Francia, ritorna in Italia e vive per qualche tempo nascosta presso una famiglia di amici in Toscana. Finita la guerra, riprende il suo posto di insegnante nei licei, con una cattedra dapprima a Siena, poi a Roma, a Madrid, a Parigi, a Roma di nuovo. Nel 1965 viene chiamata dal professor Mario Bonfantini a coprire l’incarico di Lingua e Letteratura francese al Magistero dell’Università di Torino; è infatti ormai nota come saggista nel campo della letteratura francese. E a Torino continua la sua docenza fino al 1979, benché Roma rimanga sempre il suo domicilio. Nel frattempo erano usciti due volumi di liriche: Silenzio in cielo (Firenze, Vallecchi,1947) e Se mai rinascerò (Firenze, Vallecchi, 1957). Il primo aveva avuto un paladino d’eccezione, il poeta Aldo Palazzeschi, che aveva conosciuto la Belleli nel 1934 a Venezia. Anche da questo incontro nasce un rapporto di stima e amicizia duraturo, testimoniato da un carteggio successivamente pubblicato: Sotto il magico orologio. Carteggio 1935-1974 Aldo Palazzeschi e Maria Luisa Bellelli (Lecce, Pietro Manni ed., 1987). In seguito si aggiungono le raccolte: La festa prevedibile (Firenze, Nuove Edizioni Vallecchi, 1983), con introduzione di Luigi Baldacci, Premio Pozzale-Luigi Russo 1984; e, a mezza strada fra la traduzione e la creazione poetica, Apollinaire, Le Bestiaire, testo, traduzione in versi italiani e un Erbario a imitazione (Roma, Bulzoni, 1983). Poesie della Belleli sono apparse in giornali e riviste in Italia, Francia e Grecia; sono anche state tradotte in tedesco e olandese.
La sua attività critica è stata dedicata quasi interamente alla letteratura francese, per lo più dell’Otto-Novecento, come si vede dal volume di studi vari Il sole nero dei poeti (Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1975). Tra le numerose pubblicazioni sono almeno da segnalare: G. De Nerval, Prosa e Poesia, scelta, introduzione e commento (Torino, Giappichelli, 1968); H. De Balzac, Eugenia Grandet, traduzione, introduzione e note (Roma, Curcio,1969); E. Ionesco, Rhinocéros, testo, introduzione e note (Torino, SEI, 1972); A. Camus, Récits et Témoignages, introduzione, scelta di testi e note (Torino, SEI, 1974); Invito alla lettura di Proust (Milano, Mursia,1976); Il Nouveau Théâtre, in Letteratura francese contemporanea, vol. II (Roma, Lucarini, 1982). Ha tradotto molte poesie di poeti francesi, Lamartine, Vigny, Musset, Rimbaud, Verlaine, Mallarmé, Laforgue, ecc., ponendo particolare attenzione al tradurre poesia, scrivendo anche due articoli su tale problema. Del suo interesse per la comparatistica fanno fede i saggi su Proust e Nerval e su Palazzeschi e Apollinaire.
Si è spenta a Roma nel 1992.

Presso l’Archivio del Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese» si conservano documenti, carte e libri della scrittrice, dono della profesoressa Valeria Gianolio, sua esecutrice testamentaria. Il materiale, in fase di riordino e catalogazione, è stato oggetto di diversi studi e pubblicazioni.

Domenico BURATTI
(Nole Canavese, 1881 – Torino, 1960)

Pittore, illustratore, poeta ed editore. Frequenta l’Accademia Albertina, dove è allievo di Giacomo Grosso e stringe amicizie importanti e durature con artisti quali Cesare Ferro e Felice Carena. La pittura lo accompagnerà per tutta la vita: il primo dipinto noto è del 1901, La strega e i bambini, ma l’esordio pubblico è nel 1903, alla Promotrice di Torino, con La serpe. Oltre che alla Promotrice, espone alla Quadriennale di Torino, al Salon di Parigi, alla Biennale di Venezia. Molti i premi e i riconoscimenti: tra gli altri, il premio Bricherasio per Ritratto del Babbo (1923) e la Medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione (1927).
Circa la sua attività di illustratore, si ricordano le tavole allestite per il volume Il cestello di Angiolo Silvio Novaro (1910); di qui l’amicizia tra i due destinata a durare nel tempo.
Nel 1913 avviene l’incontro con la futura moglie, la pittrice Vittoria Cocito, che sposerà nel 1920 e dalla quale avrà tre figlie.
Nella primavera del 1916 parte per il fronte e, dopo Caporetto, viene fatto prigioniero e internato in Westfalia. Tornato a Torino nel 1919, riprende non senza difficoltà a dipingere e nel 1928 fonda, con il fratello Tino, la casa editrice Fratelli Buratti con l’intento di promuovere giovani scrittori, alcuni dei quali diventeranno nomi di spicco della storia della critica letteraria italiana: Corrado Alvaro, Curzio Malaparte, Eugenio Montale, Camillo Sbarbaro, Giani Stuparich, ecc. La casa editrice pubblica anche il primo libro di poesie di Domenico Buratti, Paese e Galera (1930), che raccoglie i componimenti scritti durante la prigionia; il secondo libro dello scrittore, Canzoni di strada, uscirà presso le Edizioni Palatine di Torino nel 1945.
Nel dopoguerra è tra i fondatori della Libera Accademia di Belle Arti, sorta per rendere accessibile a chiunque lo desiderasse una formazione tecnico-artistica.

Presso l’Archivio del Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese» si conservano documenti, carte e disegni dello scrittore, dono della figlia Chiara Francesca Buratti. Il materiale è in fase di riordino e catalogazione.

Vittoria COCITO
(Torino, 1891 - 1971)

Pittrice e illustratrice. Studia privatamente pittura con Cesare Ferro ed esordisce alla Promotrice di Torino nel 1911 (Ritratto di signora). Negli anni espone, oltre che nuovamente nella suddetta sede, alla Permanente di Milano, a Napoli, agli Amici dell’Arte di Torino e alla Secessione Romana, ricevendo premi e riconoscimenti. Le sue opere “rivelano quel pudore e quella discrezione che appartengono alla moralità della pittrice e si esprimono pittoricamente attraverso la predilezione per le composizioni silenziose e raccolte e attraverso la gentilezza della tavolozza, che è di cromatismo sottile” (Luigi Carluccio).
Come illustratrice, si dedica soprattutto a libri per ragazzi quali Le fiabe di Andersen e Il fanciullo di Galilea per la casa editrice Il Verdone e Credere per la SEI.
Nel 1913 avviene l’incontro con il futuro marito, il pittore Domenico Buratti, che sposerà nel 1920 e con il quale avrà tre figlie.

Presso l’Archivio del Centro Studi «Guido Gozzano – Cesare Pavese» si conserva parte della corrispondenza della pittrice con il marito, dono della figlia Chiara Francesca Buratti. Il materiale è in fase di riordino e catalogazione.

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A causa della momentanea chiusura di Palazzo Nuovo, sede dell'Università di Torino e del Centro Studi G. Gozzano - C. Pavese, disposta dal Rettore Gianmaria Ajani, non è possibile, al momento, ricevere su appuntamento. Per ogni informazione la segreteria rimane comunque sempre disponibile.

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Direttore: Mariarosa Masoero - E-Mail:mariarosa.masoero@unito.it

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